L'ansia | CONSAPEVOLI NELLA PAROLA

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martedì 5 luglio 2011

L'ansia

ansia

Ecco come definisce il termine ansia un dizionario della lingua italiana: "Agitazione dell'anima in attesa di un bene sperato o di un male temuto".

Nessuno può dire di non essere mai stato coinvolto in uno stato d'ansia che, pur affondando le sue radici in motivazioni diverse, ci fa vivere in maniera esagitata, privandoci della serenità, senza la quale la qualità della vita risulta seriamente compromessa. Non si ignora, d'altronde, che per l'uomo diventa ogni giorno più difficile gestire equilibratamente le tensioni personali che scaturiscono dallo sforzo di inserirsi, in maniera qualificata, nel mondo in cui è chiamato ad operare.
In molti casi è costretto a soffocare i desideri profondi dell'io facendosi violenza, per rispondere adeguatamente alle continue e pressanti istanze sociali.
Neppure i mezzi di informazione di massa (giornali, televisione, radio, internet) contribuiscono ad allentare la tensione. Basti pensare alla rapidità con cui essi diffondono le notizie... purtroppo, il più delle volte, cattive notizie. Terremoti, omicidi, attentati, violenze, droga non aiutano certamente l'uomo ad avere fiducia nella vita e negli altri, anzi lo disorientano perché, come tutti sappiamo, ciò che potrebbe costituire una seria minaccia per la nostra integrità fisica, e che comunque sfugge al nostro controllo, ci rende ansiosi perché ci terrorizza.

L'ansia interessa la sfera emotiva della persona, è una condizione psichica fisiologica del tutto normale, anzi positiva, purché rimanga entro certi limiti. Infatti, non sarebbe mai considerato patologico lo stato ansioso in cui viene a trovarsi uno studente prossimo a sostenere un esame: al contrario egli trae beneficio da una simile tensione perché lo stimola a migliorare la sua preparazione ed il suo rendimento; ma è altrettanto indubbio che l'ansia può in qualche caso, se non controllata, sfociare in vere e proprie malattie quando il soggetto, sentendosi inadeguato a rispondere opportunamente alle varie sollecitazioni esterne, tende ad ingigantire i problemi, vivendoli in forma ossessiva, non percependoli più nella loro reale dimensione.

L'ansia non si identifica con il dolore, la malattia, le tentazioni, sebbene queste possono contribuire a determinarla. Man mano che gli studi progrediscono e migliorano la conoscenza del nostro organismo, diventa sempre più evidente come la mente (psiche) condizioni fortemente, anche in forma negativa, il corpo (soma): da qui il termine psicosomatico attribuito alle malattie che riconoscono questo meccanismo patogenetico.

Invisibili tensioni emotive della mente possono produrre sorprendenti cambiamenti visibili nel corpo, in alcuni casi anche gravi e fatali. Il centro delle emozioni, nel nostro cervello, è collegato, tramite fibre nervose, ad ogni parte dell'organismo e qualsiasi alterazione interessi questo centro si ripercuoterà inevitabilmente su tutto l'organismo.
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I sintomi che rendono manifesto lo stato ansioso sono di natura psichica e fisica. I più comuni sono: un senso di malessere generale, una sensazione di pericolo imminente, una paura immotivata di affrontare le situazioni, anche le più banali come guidare l'automobile nel traffico, stare tra la gente. Si direbbe che vi sia quasi paura di affrontare la vita. Ci sono anche la classica insonnia, la tachicardia, le mani fredde, una sudorazione abbondante, disturbi della digestione, bruciori di stomaco e, molto frequentemente, il mal di testa.

L'ansia ha, in alcuni casi, un peso non trascurabile nell'insorgenza di malattie: è comunque necessario tener presente che il fattore emotivo non è l'unica causa. L'ulcera gastro-duodenale riconosce certamente, tra i principali fattori determinanti, l'ansia, ma successivamente può aggravarsi per l'ingestione di certi cibi. Vi sono poi le malattie cardio-vascolari. L'ansia esercita sul cuore una tensione maggiore di molti altri stimoli, compresi l'esercizio e la stanchezza fisica. L'alta pressione arteriosa può essere conseguenza dell'ansia e, spesso, la conoscenza di essere ipertesi genera nuova ansia, innescando un circolo vizioso molto grave.

Si crede, e l'esperienza lo dimostra, che la maggior parte dei sintomi soggettivi associati all'ipertensione sono di origine psicogena (ossia emotiva) e ciò testimonia l'importanza dell'ansia nel provocare ed aggravare l'ipertensione. Situazioni stressanti prolungate possono stimolare eccessivamente la ghiandola tiroidea e determinare la comparsa di sintomi del gozzo tossico: nervosismo estremo, occhi sporgenti, accelerazioni del polso e affezioni cardiache anche mortali. Le ghiandole surrenali sono spesso bersaglio di tensioni emotive ed allora gli eccessi di secrezione possono provocare ancora un'elevata pressione arteriosa, artrite, malattie dei reni e arteriosclerosi. Anche il tono muscolare può essere influenzato dalla tensione emotiva e provocare irrigidimenti e dolori muscolari. Così pure la difficoltosa respirazione di chi soffre d'asma può provocare paura e tensione che di solito aggravano lo stato asmatico. E ancora l'ansia può causare la comparsa di manifestazioni allergiche cutanee. Da alcuni esperimenti è stato rilevato che l'ansia sarebbe responsabile di una riduzione delle difese immunologiche dell'organismo che provocherebbe una più facile aggressione da parte di agenti infettivi. La percentuale di pazienti che si rivolge ad un medico con sintomi e malattie fisiche causate da ansia è molto alta e sembrerebbe destinata ad aumentare.

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Lo psicologo interviene negli stati d'ansia più lievi, ma nei casi più gravi si ricorre alla somministrazione di psicofarmaci e più precisamente di ansiolitici. Questi preparati agiscono sul cervello riducendo i livelli di ansia e dando al paziente uno stato di relativa calma che lo aiuta ad affrontare la realtà con maggiore tranquillità, ma un uso prolungato e smodato di questi farmaci non è privo di effetti collaterali, anche gravi. 

Non c'è dunque una soluzione ottimale per venir fuori dall'ansia? Considerato che i farmaci non risolvono il problema e non possono dare la pace, l'uomo è condannato per sempre ad essere sconfitto da questo"gigante"? Grazie a Dio non è così! La Bibbia, la Parola di Dio, è prodiga di consigli indispensabili per evitare di cadere nel tranello dell'ansia. Se si accettassero sinceramente e si facessero propri i principi e gli insegnamenti di Cristo, buona parte delle difficoltà, delle malattie e dei dispiaceri dell'umanità scomparirebbero, perché vivere nella volontà del Signore è garanzia di pace e di serenità, è vivere recuperando la propria dignità di uomini, compromessa molte volte inseguendo falsi ideali e apparenti successi. Gli inviti e le esortazioni di Gesù sono insistenti:  

"Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo"(Matteo 11:28).


RISPOSTA ALLA PREOCCUPAZIONE E ALL’ANSIA

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Si racconta che la Morte stava andando verso una città quando un uomo la fermò e le chiese: “Dove vai?” La Morte rispose: “Vado in quella città a uccidere 10.000 persone”. La sera, lo stesso uomo incontrò nuovamente la Morte di ritorno dalla sua missione e le disse: “Mi avevi detto che avresti ucciso 10.000 persone e invece ne sono morte 70.000. Come mai?” E la Morte: “Io ne ho uccisi solo 10.000, la preoccupazione e il timore hanno fatto il resto”.

Quando parliamo di preoccupazione, timore o ansia, parliamo di emozioni. Queste hanno due facce: da una parte sono artefici di alcune delle azioni maggiormente degne di elogio di questo mondo, ma dall’altra delle peggiori tragedie.

L’ansia in sé non è cattiva. Quando è preoccupazione legittima che mi porta ad agire per il mio bene è la benvenuta (esempio: mi preoccupo che la sveglia sia puntata alle 5 del mattino per recarmi al lavoro).

Il timore

Il timore è una risposta emozionale cosciente e stimolata, generalmente, da un problema reale. Sappiamo in che cosa consiste il problema e ci sentiamo intimoriti per causa sua.

Se una macchina si sta dirigendo contro di noi ad alta velocità, avremo paura. Il timore, quindi, è una risposta protettiva legittima. Abbiamo bisogno di sperimentare il timore per essere protetti da pericoli e danni.

La preoccupazione

E’ uno stato fondamentalmente di timore, che può esser messo in relazione con una situazione specifica, sia reale che immaginaria.

Non c’è una chiara linea divisoria tra l’ansia e la preoccupazione. A volte si confondono, ma la parola “preoccupazione” significa essere irritato o condizionato in modo eccessivo da qualcosa.

La preoccupazione divide i sentimenti, per cui le emozioni mancano di stabilità. Divide la comprensione, per cui le convinzioni sono superficiali e instabili. Divide la percezione, per cui l’osservazione è difettosa e falsa. Divide la facoltà di giudizio, per cui le attitudini e le decisioni sono a volte ingiuste.

La preoccupazione attiva il potere della nostra immaginazione e può trasformare un problema, reale o percepito come tale, in qualcosa privo di ogni proporzione.
 
Fobie

La fobia è una conseguenza estrema della preoccupazione. E’ un timore incontrollabile, irrazionale e intenso, accompagnato da grande ansietà. Una fobia può incominciare come un timore razionale, ordinario, ma se poi degenera in forme irrazionali e incontrollabili diventa una fobia in piena regola (claustrofobia, pirofobia, idrofobia, zoofobia, ecc.).

Una bambina, per esempio, graffiata da un gatto avrà difficoltà a rimanere da sola in un appartamento con questo animale. Un giovane, rinchiuso per scherzo in un portabagagli della macchina, soffrirà probabilmente di claustrofobia.

L’ansia

L’ansia è un sentimento simile al timore. E’ Apprensione o nervosismo prodotto da una sensazione di pericolo che si avvicina e che non sempre procede da cause razionali.

Ci sono situazioni in cui qualcosa ci disturba e ci rende tesi, nervosi, insicuri, senza poterla, però, identificare. Le mani possono tremare, il cuore aumenta il ritmo dei suoi battiti, può apparire una certa sudorazione, senza, però, comprenderne il perché.

L’interesse

C’è differenza tra la preoccupazione e l’interesse o interessamento. L’interessamento fa sì che una certa cosa, situazione o problema, attiri la nostra attenzione.

Esempio: “Che succederà il prossimo anno quando mio figlio andrà alle superiori? Troverà una buona scuola? Come se la caverà con le nuove materie di studio?” Questo lo possiamo chiamare interessamento.

Ma quando queste stesse domande passano ripetutamente nella mente, possiamo parlare di preoccupazione.

Se a queste domande di puro interessamento se ne aggiungono altre, come: “Troverà dei compagni traviati, o tossicodipendenti? Riuscirà a non farsi influenzare da loro? Sarà ben accetto come cristiano?”, è facile cadere nella preoccupazione perché già si teme il peggio.
L’interessamento è positivo e porta ad azioni concrete di vera utilità.

Gli effetti della preoccupazione

In Habacuc 3:16 lo scrittore aveva sperimentato un timore così intenso da restare paralizzato.

In Proverbi 12:35 ci viene detto che se stiamo lottando sotto il peso della preoccupazione o della depressione, è come se stessimo portando un pesante carico e i nostri movimenti ne vengono impediti.

La preoccupazione può provocare disturbi fisici (Proverbi 15:15), limita la capacità d’azione, inibisce l’attività produttiva, soffoca l’iniziativa e fa venir meno il coraggio. Potremo perdere alcune delle migliori opportunità della vita per l’incapacità di rischiare a causa dei timori che ci assalgono.

Nelle relazioni con le persone, a volte, non vogliamo più correre il rischio di creare legami affettivi, perché nel passato questi ci hanno causato delle ferite. Dobbiamo accettare la possibilità di essere respinti e feriti, perché solo così potremo sperimentare la gioia che dà l’interscambio d’amore.

L’attività eccessiva può essere motivata dall’ansia. La sua incapacità di rilassarsi gli impedisce di godere delle maggiori benedizioni di Dio (Luca 10:38-40). La preoccupazione e l’ansia, infatti, hanno la tendenza a soffocare la crescita spirituale (Luca 8:14).

Quando ci preoccupiamo per un problema, questo aumenta. La preoccupazione impedisce di vedere le cose nella sua dovuta proporzione e in modo logico, perché riduce la capacità di riflessione a causa di certi cambiamenti fisiologici (secrezione di certe ghiandole). I problemi esigono decisioni e azione, ma la preoccupazione ci porta a dubitare e ad essere indecisi, fin quasi alla paralisi mentale.

La preoccupazione, causa di ciò per cui si teme

Giobbe 3:25-26 ci trasmette il concetto che è possibile, senza rendersene conto, dar compimento ai timori che ci assalgono. Se sei preoccupato di avere un incidente, le probabilità di causarlo aumentano automaticamente. La tua mente, infatti, è così occupata con l’idea dell’incidente che puoi facilitarlo.

La preoccupazione e l’immaginazione

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Che succede quando tuo figlio non è ancora in casa all’orario solito? Dieci minuti di ritardo e l’immaginazione spicca il volo, creando ogni tipo di situazione negativa.

Se tuo figlio arriva tardi, che cosa cambierai con la tua preoccupazione? Raccomandalo a Dio in preghiera, ma presenta a Lui anche le tue ansie. Se sai dove è andato e con chi è, telefona.

Quando poi arriva a casa, puoi reagire in modo eccessivo e dire indignato: “Ma dove diavolo sei stato?”, oppure puoi fargli un lungo discorso sulla sua irresponsabilità e sconsideratezza. Ma prima di farlo, informati e forse scoprirai che non ha potuto avvertire per cause di forza maggiore.

E’ giusto manifestare la nostra preoccupazione ad altri, ma sempre con toni ragionevoli.

Passi per vincere la preoccupazione

La prima cosa da fare è quella di identificare ciò che ci preoccupa.
Da studi fatti pare che il 40% delle preoccupazioni della gente si riferiscono a cose che non succedono mai.

Il 30% delle preoccupazioni si basano su cose passate, cioè già verificatesi, che non possono comunque essere cambiate: “Ah, se non avessi fatto questo o quello…”.

Il 12% delle preoccupazioni si riferiscono alla salute. Curiamo il nostro corpo, è la sola cosa buona che possiamo fare.

Il 10% delle preoccupazioni si riferiscono a cose per cui non vale proprio la pena inquietarsi e il restante 8% è costituito da situazioni che richiedono davvero un legittimo interesse.

La tensione è normale nella vita. Senza tensione non potremmo esistere, così come un violino non darebbe suono se le sue corde non fossero tese. La tensione creativa non è preoccupazione distruttiva.

La preoccupazione è come accelerare fino in fondo quando la macchina è in folle. La benzina, il rumore e il fumo non ci portano da nessuna parte. L’interesse legittimo è come mettere la macchina in prima e muoversi poco a poco. La macchina in movimento è usare il potere che Dio ci ha dato per affrontare la situazione che ci preoccupa.

I problemi non si possono risolvere in un attimo, ma in modo progressivo, graduale. Non si mette, infatti, subito la quinta, ma si passa per le marce intermedie.

Non preoccupiamoci

Prima di proseguire, deve essere chiarita una cosa: Cristo non disapprova né vieta di programmare il domani, o è contrario all’essere previdenti, ma vieta di preoccuparsi, di farsi vincere da quell’ansia che distrugge la vita, perchè vuole che per certe cose ci sia affidi a Lui.

In Filippesi 4:6-9 Paolo ci invita a smettere di preoccuparci e a far sapere a Dio ciò che ci manca, qualunque cosa essa sia. Dio ci promette la pace, se lo facciamo. Non dice che le circostanze cambieranno, ma che la pace entrerà nei nostri cuori.

Se seguiamo le indicazioni del versetto 8 e riempiamo mente e cuore con cose buone, non ci sarà spazio per la preoccupazione. L’applicazione di queste direttive richiede un impegno da parte nostra, uno sforzo, perché la nostra mente è, per natura, orientata diversamente. La fede nella sapienza di Dio e la volontà di vivere una vita equilibrata e serena ci spingeranno a perseverare nella Parola.

La preoccupazione ci porta, poi, in un circolo vizioso, perché più ci preoccupiamo e più difficile sarà smettere di farlo.

Gettiamo le nostre ansie su Dio
 
In 1 Pietro 5:7 l’apostolo ci dice ciò che dobbiamo fare e perché lo dobbiamo fare. La parola “gettare” da lui impiegata in questo versetto racchiude il significato di rinuncia nei confronti delle nostre sollecitudini e delle nostre ansie, con la conseguente azione di depositarle in Dio.

Non perdiamo la pazienza

Quando ci preoccupiamo è come se qualcosa ci rodesse dentro, con conseguente danno per il nostro corpo. Il Salmo 37:1,3-5,7 ci offre 4 principi fondamentali per opporci alla preoccupazione:

- Confidare nel Signore
- Prendere diletto nel Signore
- Rimettere la nostra sorte nel Signore
- Aspettare nel Signore.

Le parole “confidare” e “rimettere” implicano l’idea di liberarsi di un peso e gettarlo su Dio. Significa che andiamo da Dio e gli diciamo: “Signore, sono molto interessato in questa cosa, ma la metterò completamente nelle tue mani. Voglio riposare in Te, perché ho fiducia che Tu operari e toglierai questo peso dalla mia mente e dal mio cuore. Non conosco il risultato, forse sarà differente da quello che io mi aspettavo, ma la cosa certa è che a partire da questo momento io non porterò più questo peso sulle mie spalle”.

“Prendere diletto” significa rallegrarsi nel Signore, avere gratitudine nei suoi confronti, lodarlo e potergli dire: “Grazie per quello che mi succederà, anche se sarà qualcosa che non mi aspetto. Grazie, perché adesso posso gioire sapendo che sei con me in questo frangente”.

Nel momento in cui io rinuncio ad ottenere ciò che mi ero prefissato, smetto di usare tutte le mie risorse umane e lascio a Dio la possibilità di operare nella mia vita, gli lascio il controllo del mio essere. In questo modo il Signore potrà intervenire per cambiare la circostanza o per darmi la capacità di affrontare la situazione senza venirne distrutto o scosso.

“Prendere diletto” nel Signore significa non dover portare più da solo quel peso che mi schiaccia. Se cerchiamo di risolvere il problema in modo autonomo, in un certo senso dubitiamo che Dio abbia il potere, la capacità e la sapienza per risolverlo e così gli diamo una mano.

“Prendere diletto” nel Signore significa sapere che non esistono preoccupazioni, problemi o inquietudine così piccoli da non poterli sottoporre a Gesù. Lui sa ciò che succede nella nostra vita e vuole prendersi cura di noi anche nei minimi dettagli (non soddisfacendo ogni nostro minimo capriccio, ma intervenendo con la sua forza per permetterci di affrontare ogni situazione che si presenti nella nostra vita, anche la più insignificante).

“Prendere diletto” nel Signore significa anche gioire per ciò che Lui è e non solo per ciò che fa per noi.

Se lodiamo il Signore, la nostra mente si centrerà in Lui e, quindi, in tutte le cose buone che ci sono in Lui e dimenticherà o attenuerà i termini del problema.

“Riposare” nel Signore significa aspettare in silenzio ciò che Lui ordina. Rilassare i muscoli, stancare il corpo o digiunare sono strumenti che ci facilitano l’entrata nel riposo dello Spirito. La tensione corporale, infatti, ne è un impedimento.

La pace non dipende dalle circostanze

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Molti pensano che se le circostanze della loro vita cambiassero, otterrebbero la pace interiore. Questo, però, non è ciò che insegna la Parola di Dio. Lui, infatti, non ci ha promesso circostanze ideali o assenza totale di prove e difficoltà, ma ci promette stabilità interiore malgrado le prove e le difficoltà (Proverbi 15:15).

E’ necessario un atto di volontà per volgere continuamente la mente a Dio e allontanarla dai problemi. E’ necessario disciplina, ma il risultato è la pace interiore.

Impariamo ad essere contenti

In Filippesi 4:11-12 Paolo ci fa sapere che ha imparato ad essere contento in ogni situazione della sua vita.

Imparare implica l’idea di un processo e non di un’acquisizione immediata. Grazie alla sua relazione con Gesù Cristo ha imparato l’arte di essere contento nelle diverse circostanze che la realtà quotidiana gli propone. E se Paolo c’è riuscito, possiamo farcela anche noi.

Impariamo a controllare i nostri pensieri

In Romani 12:2 ci viene detto che i pensieri, l’immaginazione e i ragionamenti dell’uomo possono venir cambiati per mezzo dell’opera dello Spirito Santo.

Malgrado la sua potenza, però, lo Spirito Santo non può fare quest’opera da solo, ma richiede la nostra collaborazione. La prima cosa da fare è prendere coscienza del potere che ci è stato concesso in Cristo Gesù, così che non c’è più ragione per lasciarsi dominare dai nostri pensieri.

Molti cristiani credono che confidare nello Spirito Santo significhi sedersi e lasciare che Lui faccia tutto, senza sforzo o impegno da parte loro. Le Scritture ci insegnano che abbiamo una responsabilità ben definita nel processo di controllo dei nostri pensieri (2 Corinzi 10:4-5 / 1 Pietro 1:13). Ci viene chiesto uno sforzo mentale.

Ogni pensiero che viene alla nostra mente deve venir valutato e rifiutato, se non è conforme alla volontà di Dio. Rifiutando ciò che è negativo, andiamo da Gesù per trovare la forza per distogliercene e per essere riempiti, di conseguenza, con i suoi pensieri positivi. L’accettazione del pensiero positivo di Gesù mi permetterà di disporre di quell’energia che mi consentirà di metterlo in pratica, togliendo in questo modo forza al pensiero negativo che altrimenti tornerebbe alla carica.

La mente non può restare in bianco, deve venir riempita con qualche cosa. Si richiede lavoro e sforzo da parte nostra per controllare i pensieri negativi e le preoccupazioni, perché sono stati con noi per tanti anni e ci sembrerà strano dover vivere senza di loro. Sono diventati quasi dei nostri amici inseparabili. Facciamoci, però, dei nuovi amici!

Se ci viene alla mente un pensiero negativo di critica nei confronti del nostro coniuge, pensiamo all’istante a tre sue caratteristiche positive. Lo stesso vale per altre situazioni.

Possiamo contrastare un pensiero negativo pensando anche a tutte le cose positive ricevute dal Signore o concentrandoci nella sua grandezza e bellezza o lodandolo per questo.

"Riposiamo nelle promesse di Dio" (Isaia 43:1-3 ; 41:10).

Tentativi umani di evitare l’ansia

Molti di noi consumano gran parte della propria energia psichica nel tentativo di evitare l’ansia. Siccome è doloroso sperimentare ansietà, facciamo tutto il possibile per non trovarci in situazioni che la possono produrre.

Una persona che lavora in un ambiente che non gli piace e gli crea ansia, sta evitando di affrontare l’angoscia ben maggiore che gli creerebbe la disoccupazione e la difficoltà economica.

Una donna di casa, a cui non piacciono i lavori domestici, si impegna ugualmente nei suoi doveri per evitare l’angoscia più forte che le creerebbe vivere in una casa sporca (giudizi del marito, di amici e amiche…).

Un certo uomo rifiutava la vita di società. Da piccolo era timido e riservato, senza amici intimi con cui avere una relazione significativa. Ricordava una certa distanza con il padre e i fratelli maggiori. Anche in Chiesa non si sentiva a suo agio.

Quando la moglie lo invitava ad uscire per stare con amici o nella società, rispondeva che era stanco, che voleva guardare una certa trasmissione televisiva o ascoltare della buona musica, che la gente lo annoiava con i suoi discorsi triviali e che c’erano poche persone intelligenti con cui avrebbe potuto veramente comunicare. In questi argomenti c’era sicuramente un po’ di verità, ma esprimevano la ragione di fondo del suo comportamento.

Si scoprì, poi, che il suo vero problema era dovuto all’ansia del contatto personale con la gente, originatasi nella sua infanzia, che era causa di insicurezza e di un forte senso di inferiorità.
Razionalizzava però il suo problema, trovava cioè sempre delle ragioni per continuare a vivere in quel modo, accampando ogni volta delle scuse per evitare la situazione che gli produceva ansia.

L’alcolizzato soffre di una profonda ansietà. Il suo problema principale non è il fatto che beva troppo, perché questo, infatti, non è che il sintomo di un’ansia intensa e di una profonda necessità. La sua tolleranza verso le situazioni che producono ansia è molto bassa e quando si sente minacciato in certe occasioni ricorre all’alcool per affrontare l’angoscia che ne deriva. Questo atteggiamento, però, aggrava il problema perché lo fa sentire colpevole e inferiore.

L’alcool tende a paralizzare il centro superiore del cervello dove risiede la facoltà del giudizio. Chi beve smodatamente non è meglio preparato per affrontare la situazione di prima, infatti la sua capacità di agire scende ad un livello più basso. Ma proprio perché la sua capacità di valutazione si è offuscata, lui si sente più effettivo.

I sermoni, le minacce, la condanna, la critica e i rimproveri non fanno altro che aggravare la situazione, perché aumentano i suoi sensi di colpa e questi lo portano a bere ancora di più per sentirsene alleviato.

Facciamo ora degli esempi.

 
Un primo esempio pratico

Molta ansietà è il prodotto di ostilità repressa o soppressa.

Angela è un esempio che rientra in questo tipo di comportamento.

Lei era un modello di virtù, una bambina ubbidiente in tutto. Dopo aver conseguito il diploma lavorò come maestra per qualche anno e poi si impiegò come segretaria privata.

Il padre, verso cui sentiva sentimenti di amore e di odio, dominava la sua vita. Non aveva avuto mai molto successo nei suoi affari e Angela, nella sua generosità, versò alla famiglia per molti anni una porzione del suo stipendio.

Viveva in casa sua molto modestamente e aveva una vita di società molto limitata, perché si sentiva in dovere di aiutare i suoi. Rifiutò per questa ragione anche molte proposte di matrimonio, finché prossima ai 40 anni si sposò.

Il marito era una persona alquanto passiva e lei continuava a sostenere la sua famiglia. Incominciarono a manifestarsi considerevoli ansie. I suoi genitori andarono a vivere con lei, ma ciò non fece altro che intensificare il suoi conflitto interiore. Successivamente si ritirarono in un pensionato per anziani.

Invece di migliorare, Angela peggiorò la sua condizione. Non era la presenza dei suoi genitori, né le loro richieste, che producevano la sua ansietà, ma il sentimento di autorigetto e di colpa che sperimentava a causa delle emozioni opposte di amore e di odio che provava verso i suoi genitori.

Era vagamente cosciente che questi suoi sentimenti di amore e di odio verso i genitori, ma soprattutto verso il padre, potevano essere la causa del suo malessere, ma si rifiutava di affrontare la situazione e non accettava consigli, se non provvisori e superficiali.

I sentimenti di colpa per aver abbandonato i genitori sposandosi le creavano ansia, e l’ansia è conflitto. Frequentava regolarmente una Chiesa, ma quando pregava era per chiedere sollievo ai suoi malesseri fisici, per liberarsi dai sintomi del suo problema, ma rifiutava di andare alla radice dei suoi guai.

L’ansia repressa, infatti, si scarica sul corpo e provoca ogni tipo di malessere. Angela, però, preferiva questi disturbi fisici piuttosto che affrontare la causa della sua ansietà.

Le emozioni influenzano sempre il nostro corpo, sia in modo positivo che negativo, e la Bibbia ce lo conferma: Proverbi 14:30 / Filippesi 4:6-7.

Un secondo esempio pratico

Una persona può non avere particolari preoccupazioni, ma sperimentare ugualmente una sensazione di ansietà diffusa. Può essere incominciata nell’infanzia, come risultato di aver avuto un padre o una madre autoritari, o per essersi visto imporre delle norme irrealizzabili, o per aver sviluppato dei sentimenti di rigetto, o perché da un bambino di 4 anni ci si aspettava che si comportasse come uno di 6, o per la richiesta di prestazioni sempre maggiori a scuola.

Un simile bambino si rende conto che non otterrà mai l’approvazione completa da parte dei suoi genitori, che ciò che fa non è mai sufficientemente buono. Siccome non si sente mai completamente accettato, non riuscirà neanche ad accettare se stesso a meno che non raggiunga la perfezione.

Questa sua esigenza di perfezionismo non è una sua filosofia di vita, ma gli è stata imposta nella sua infanzia tramite le pressioni dell’ambiente in cui è vissuto.

Una madre, a cui era stato negato il successo come cantante, incoraggiò la figlia a intraprendere la stessa carriera. Lei aveva una voce gradevole, ma nulla di straordinario. Per 20 anni lottò per raggiungere una meta irreale e terminò ammalandosi emozionalmente e fisicamente, delusa dalla vita e totalmente frustrata.

Un terzo esempio pratico

All’età di 4 anni un bambino molto attivo e un po’ disubbidiente, qualificato come “ribelle” dalla madre, veniva castigato e picchiato duramente fino ad ottenere la sua sottomissione. Diventò, così, un buon bambino, ma i genitori non riuscirono mai a capire perché non gli piacesse essere accarezzato e mostrasse quasi costantemente un’espressione di ostilità.

Esteriormente era compiacente, ma nel suo intimo covava l’ostilità. Ribellarsi significava per lui la perdita dell’amore e l’abbandono, cosa che per un bambino rappresenta la distruzione totale.

A scuola, ai primi segni di aggressività, ricevette lo stesso trattamento punitivo e imparò nuovamente a reprimere la sua ostilità.

In seguito sviluppò una condotta antisociale, come il furto per esempio, finché il Signore fece breccia nel suo cuore e la sua vita cambiò.

L’ambiente familiare rigido, autoritario e punitivo aveva sviluppato in lui sentimenti di ostilità, che aveva dovuto, però, sotterrare nel suo inconscio. Si sviluppò in lui una lotta tra l’amore e l’ubbidienza. Una parte di lui voleva amare ed essere amato, ma un’altra parte della sua natura sentiva rifiuto e ostilità.

L’aggressività risultante, invasa dall’amore e dalla comprensione di Dio, si trasformò in lui in una forza positiva al servizio del prossimo, specialmente verso coloro con cui poteva identificarsi.

Un quarto esempio pratico

L’ansia è un conflitto interiore. Se un marito vuole andare allo stadio e la moglie al concerto, nasce un’ansia e un conflitto. Se uno si arrende controvoglia e finge una conformità compiacente, ciò crea ansia interiore. La necessità di amare e di soddisfare le proprie esigenze sono in conflitto. Solo una comprensione matura di se stesso e un genuino perdono e amore cristiano possono tenere lontana l’ostilità.

L’ansia può assumere mille forme. Ad un certo bambino gli veniva concesso poco tempo per giocare, doveva sempre essere occupato in qualche cosa. I suoi genitori avevano un’attività frenetica ed erano sempre pieni di debiti. Questo loro stato perenne di ansia venne trasmesso al figlio.

Questo, da adulto, divenne un lavoratore instancabile, che non si concedeva pause. Se si prendeva un giorno libero si sentiva colpevole e non andava in ferie, perché aveva troppo da fare.

Anche i suoi genitori erano andati poche volte in vacanza. L’ambiente in cui era cresciuto lo aveva influenzato così profondamente da portarlo ad agire con riflessi condizionati.Per diventare una persona libera e sviluppare una propria personalità,  dovette acquisire coscienza dei suoi atteggiamenti, capire cosa li aveva originati e decidere di prendere le distanze da essi.

Un quinto esempio pratico

L’ostilità repressa può essere a volte la causa di artriti. Una insegnante  di Scuola Domenicale aveva un’eccellente conoscenza della Bibbia, esprimeva autorità spirituale e grande dolcezza.

Colpita da una grave forma di artrite, non si lamentò mai. Era cresciuta in un ambiente religioso rigido. Da piccola imparò che era un peccato esprimere risentimento e così divenne una bambina compiacente, seria e ubbidiente.

Non espresse mai la tipica ribellione degli adolescenti e crebbe pensando di non albergare nel suo cuore la minima ostilità. Diceva: “Un cristiano non odia mai. Bisogna sempre vincere il male con il bene”.

Aveva una grande conoscenza teologica, ma non era cosciente delle sue emozioni. Aveva imparato a reprimere, negare e sotterrare ogni coscienza di ostilità, ma il conflitto interiore si manteneva vivo nella parte sotterranea della sua anima, creando ansietà, uno squilibrio metabolico e, per finire, una grave forma di artrite.

Mai avrebbe pensato di mentire a qualcuno, ma da piccola le insegnarono a mentire a se stessa riguardo ai suoi sentimenti ed emozioni.
Una bugia è semplicemente la negazione, repressione, perversione o distorsione della verità. Non è la semplice conoscenza della verità che ci libera, ma la disposizione ad affrontare la verità di ciò che siamo.

Sentimenti di odio e amore verso uno o entrambi i genitori sono spesso frequenti nei bambini. Se il senso di colpa che ne può derivare viene sotterrato nelle parti più profonde dell’anima, si può sperimentare uno stato di ansia e di tensione.

La semplice conoscenza di questo conflitto interiore non è sempre sufficiente per ottenere la guarigione. Bisogna effettuare tre passi a questo riguardo: prendere coscienza della causa che lo ha prodotto, accettare queste emozioni come facenti parte della nostra natura e parlare intensamente di questi sentimenti in un ambiente appropriato.

Rimedi contro l’ansia

Ci sono cinque maniere per sfuggire all’ansia:
- negarla,
- evitare i pensieri o sentimenti che la risvegliano,
- razionalizzarla,
- narcotizzarla,
- scoprirne la causa.

Il primo metodo, cioè quello di negare l’ansia, è normalmente un processo inconscio. La persona è cosciente di certi sintomi emozionali o fisici, ma non dell’ansia che li genera.

Una signora  chiese preghiera, perché, in seguito a forti palpitazioni, temeva un attacco cardiaco.
Questi sintomi si manifestarono per la prima volta poco dopo la morte dell’anziana madre, ma lei non vedeva relazione alcuna tra i due avvenimenti. Diceva di sentire solamente un intenso dolore per la sua morte, ma niente di più. Scavando in profondità nel suo cuore emerse un suo vecchio timore che la madre potesse morire, ma emerse anche un vecchio desiderio inconscio che morisse.

Ma non si può desiderare la morte della propria genitrice e così nascose questo sentimento dalla sua mente cosciente. Avendo represso il desiderio che la madre morisse, non poteva ricevere il perdono per i sentimenti presenti nel suo cuore. E’ impossibile confessare a Dio ciò che non vogliamo confessare a noi stessi.

Temeva anche, a livello inconscio, di poter lei stessa morire come castigo per il suo peccato. Il desiderio che la madre morisse era relazionato a certi ricordi dell’infanzia, che avevano suscitato in lei profonda ostilità. La madre, infatti, la minacciava di pesanti castighi, se non avesse ubbidito o fatto qualcosa di male.

Il suo problema, quindi, non era un possibile attacco cardiaco, ma il senso di colpa, la paura e l’ansia. Quando riuscì ad affrontare i suoi veri sentimenti con onestà e umiltà, si sentì sollevata dai suoi sintomi fisici.

Il secondo metodo, l’evasione dai sentimenti, situazioni o pensieri che provocano l’ansia, non è più efficace del primo.  U na madre temeva di poter far del male al suo bambino appena nato. Il timore e la colpa che derivavano da quei suoi pensieri l’avevano portata sull’orlo di una malattia psichica.

Lei amava il suo bambino, come poteva albergare nel suo cuore pensieri così ostili? Indagando nel suo cuore, emerse che il suo odio non era rivolto al bambino, ma verso le responsabilità addizionali che non si sentiva capace di affrontare. Questa scoperta diminuì i suoi sensi di colpa e anche l’ansia se ne andò di lì a poco.

L’aver affrontato questi sentimenti di ostilità, la portò a comprenderne la causa e a liberarsene.
Alcune persone hanno grandi difficoltà con quelli che vengono chiamati “cattivi pensieri”. Questi pensieri, che spesso hanno a che vedere con sesso e ostilità, arrivano alla mente spontaneamente.

Queste persone si sentono a disagio e piene di vergogna per albergare certi pensieri e cercano di espellerli dalla loro mente. Ma più si sforzano in questa direzione e più questi persistono. In una lotta tra volontà e immaginazione, infatti, generalmente vince l’immaginazione.

Piuttosto che parlare di “cattivi o buoni pensieri” parliamo di pensieri “distruttivi o costruttivi”. Quando certi pensieri, dunque, ci assalgono la mente, possiamo dirci: “Questo è un pensiero distruttivo, perché distrugge la mia pace mentale. Non so da dove viene, non l’ho invitato, non lotterò contro di lui e non mi sentirò colpevole per causa sua. Siccome è un ospite indesiderato, dirigerò la mia attenzione altrove senza sentirmi colpevole”.

Nel tempo questo processo di rinuncia ha molto più potere su questi pensieri non richiesti di tutta la forza di volontà che possiamo esercitare.

Un terzo metodo contro l’ansia è quello di razionalizzarla. Gli argomenti usati possono anche essere veri, ma non spiegano la realtà della situazione.

Un tale era seccato dalle interruzioni telefoniche che gli impedivano di svolgere il suo lavoro. L’ansia per il lavoro da fare, così, era costante in lui e cresceva in funzione delle interruzioni, considerate razionalmente la causa primaria di questa sua tensione crescente, giustificata dal lavoro che si accumulava.

Scoprì che l’ansia era prodotta dal suo sentimento di colpa e autocritica, se non avesse terminato una certa quantità di lavoro nella giornata e non dalla quantità di lavoro in sé. Questa sua richiesta interiore era sorta nella sua infanzia quando si sentiva accettato dai suoi genitori soltanto se terminava i suoi compiti bene e in tempo.

Adesso non c’erano più i suoi genitori a controllarlo, ma c’era “il padre interiore” che stabilisce le norme a cui dobbiamo attenerci.

La sua non era una colpa reale, ma solo fittizia, prodotta dalla sua coscienza accusatrice, condizionata nella sua infanzia. La razionalizzazione astuta aveva trasformato una realtà nevrotica in una virtù.

Il cambio in questa persona si verificò quando decise di lasciare all’adulto del presente le decisioni da prendere, invece che al “bambino interiore del passato”.

Un quarto metodo per affrontare l’ansia è quello di narcotizzarla. Questo si può ottenere per mezzo dell’uso di droghe, alcool o la dedicazione totale a qualche attività (attività sociali, per esempio, per combattere la solitudine, un senso di colpa, un senso di nullità, di inferiorità, di rigetto, ecc.).

Il quinto metodo, che rappresenta l’unica soluzione possibile, è quello di scoprire e togliere la causa dell’ansia.

Tentativi per proteggersi dall’ansia

In generale l’ansia ci porta ad evitare qualsiasi cosa che ci procuri queste spiacevoli sensazioni e ad evitare di pensare a quelle cose preoccupanti che ci rendono proprio ansiosi.

Così facendo, non ci libereremo mai dall’ansia, perché non la affronteremo e questa continuerà ad essere presente in noi.

Paola, dopo aver realizzato il suo sogno di possedere una casa, soffriva di insonnia ed era calata di peso. Sentiva una strana ansia e voleva trovare il modo per sbarazzarsene. Incominciò ad uscire più spesso di casa e a far visita ad amici, fece pregare in Chiesa per la sua situazione, si fece dare una cura a base di tranquillanti e si impegnò nella scuola domenicale, ma senza ottenere grandi risultati.

In lei permaneva una sensazione di minaccia incombente e l’ansia non tendeva a diminuire. Giunse a pensare di rivendere quella casa e di rinunciare a quel suo sogno a lungo accarezzato.

Il problema era che avevano acceso un mutuo abbastanza gravoso e lei temeva di non riuscire a far fronte a quell’onere.

Carlo conosce una ragazza carina e si sente attratto da lei. Incominciano ad uscire insieme e lui si propone alla prima occasione di parlarle della sua fede in Cristo. Ma un giorno questa ragazza si esprime contro quei bigotti religiosi che frequentano le Chiese e sono poi i peggiori ipocriti. Carlo non ha più il coraggio di dirle che è cristiano, perché teme di perdere la sua amicizia, non vuole essere disapprovato o disprezzato e soprattutto rifiutato.

Maria voleva rinunciare a qualsiasi tipo di cura contro la sua sterilità. “E se non dà risultato?” diceva, “perdo così anche l’ultima speranza di poter concepire un figlio”.

Angela non invitava nessuno a pranzo e non accettava lei stessa inviti a pranzo, dovendo poi contraccambiare, perché non si sentiva capace come cuoca e temeva il rifiuto da parte dei suoi invitati, temeva la loro disapprovazione.

Alcuni, per la tensione che ciò produce, evitano di incontrare persone o conoscenti che li disapprovano o che sono arrabbiati con loro, o chi li ha offesi per paura che la circostanza si ripeta. Costoro escono di casa ansiosi, temendo questo eventuale incontro sgradito.Altri si allontanano da gente estroversa, che sa conversare in maniera brillante e simpatica, perché diventano il centro della festa e li fanno sentire inferiori, messi da parte e in ombra, cioè di poco valore.

Antonio mandava sempre la moglie a chiedere informazioni o a esporre lamentele, perché l’ansia di una risposta scortese o aggressiva, o di non agire come era loro gradito, lo mandava in tilt. Il fatto che la moglie accetti di prendere l’iniziativa gli dà un sollievo momentaneo, ma non lo libera dall’ansia, anzi gli sviluppa l’idea di essere un codardo, un fallito e lo fa sentire in colpa.

Luisa non voleva mai andare in vacanza per il timore che dei ladri svaligiassero l’appartamento o un incendio lo distruggesse.

Possiamo evitare le nostre ansie in due maniere, l’una fisica e l’altra mentale. Nel primo caso ci si mantiene lontani dagli oggetti temuti, come, per esempio, non salire mai su di un aereo, non partecipare mai a incontri di gruppo, evitare un esame, non visitare mai ricoverati in ospedali.

Nel secondo si evita di pensare a ciò che ci crea ansia., come, per esempio, avere sempre musica nelle orecchie, cambiare il tema della conversazione quando arriva su di un punto che dà inquietudine, saltare la pagina dei necrologi per non dover pensare alla nostra mortalità, frequentare una Chiesa dove il pastore mette l’accento solo sulle benedizioni di Dio per rifiutare il pensiero di una possibile sofferenza.

Uno dei passi per la vittoria sulle ansie è l’accettazione di ciò che ci crea tensione. Iniziamo col tollerare un po’ il sudore sulle palme delle mani, quel certo rossore sulle guance, il tremore delle ginocchia, la bocca secca, le palpitazioni, la tensione muscolare e l’apprensione mentale. Non pratichiamo l’evasione mentale, convincendoci di non pensare a ciò che ci sembra così terribile. Affrontiamo, invece, i rischi che ci siamo immaginati. Apriamo la nostra mente al peggio e portiamo avanti il ragionamento fino alle estreme conseguenze.La fede ci dice: “Se deve succedere il peggio, perderò tutto il mio denaro; se deve succedere una tragedia, una delle mie persone care può ammalarsi e morire; se è giunta la mia ora, posso soffrire e forse anche morire”. Se tutto questo deve succedere, possiamo uscirne vittoriosi, cioè non schiacciati, perché Gesù ci accompagnerà attraverso questi avvenimenti. Lui ci darà la fede e la forza sufficienti per continuare il nostro cammino.

Gesù conosceva quali pericoli poteva correre l'uomo a causa dell'ansia e mise in guardia i suoi discepoli dicendo: "Non siate in ansia per la vostra vita… Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un'ora sola alla durata della sua vita? …Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro… Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno" (Matteo 6:25-34).

Il pensiero del domani avvelena spesso l'esistenza, ma la speranza in Dio ci porta ad affermare che Egli, che ci ha dato l'oggi, provvederà anche per il domani. Abbandoniamoci, dunque, fiduciosi tra le sue braccia eterne.
Colui che si preoccupa del domani non riesce a fare niente, perché è concentrato appunto sui problemi del futuro. Preoccuparsi è quindi come dondolarsi su una sedia a dondolo: si spreca tanta energia, ma non si va da nessuna parte. C’è sempre qualcosa che si può fare, invece, per i problemi di oggi: “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, affinché la possiate sostenere” (1 Corinzi 10:13). Anche se non puoi cambiare nulla al di fuori di te stesso, grazie alla potenza di Dio, possono essere cambiati i tuoi atteggiamenti verso i problemi; anche se nient’altro dovesse cambiare, tu puoi. Dunque, c’è sempre qualcosa che puoi fare oggi.

Tuttavia, nessuno interpreti la fiducia in Dio come un invito alla passività e all'immobilismo. Gesù ci invita ad avere fiducia, ma aggiunge anche: "Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più" (Matteo 6:36).

Se non vogliamo essere vinti dall'ansia dobbiamo prima di tutto cercare attivamente di far parte del regno di Dio e di possedere la Sua giustizia.

Il cercare dà l'idea dell'azione, del movimento, della decisione. Accettare Gesù come Salvatore personale ci garantisce l'appartenenza al Suo regno, ma ciò implica anche la nostra disponibilità a fare tutto quello che è necessario per appartenervi. In quanto alla giustizia, l'apostolo Paolo dice: "Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi" (Romani 5:1,2), ma aggiunge anche di prendere "…la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere" (Efesini 6:13).


davidandgoliath
Tutti abbiamo avuto e continueremo ad avere scontri con il gigante "ansia" e solo la fede in Dio potrà garantirci la vittoria su di esso. Quando il giovanetto Davide raggiunse il campo di battaglia e vide che il re Saul ed il suo esercito tremavano di fronte al gigante Goliath, fu scosso dalla mancanza di fede di Israele, rifiutò l'armatura che Saul gli offriva, perché gli era solo d'impaccio, e uscì contro il gigante armato di una potente fede nell'Eterno e di una fionda santificata. Aveva paura? "Nel giorno della paura, io confido in te. In Dio, di cui lodo la parola, in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?" (Salmo 56:3,4). Ecco allora che si rivolse al gigante Filisteo e disse: "Tu vieni verso di me con la spada, con la lancia e con il giavellotto; ma io vengo verso di te nel nome del Signore degli eserciti, del Dio delle schiere d'Israele che tu hai insultate" (I Samuele 17:45). Con premesse simili, l'esito della battaglia era garantito.

Davide vinse non solo il gigante Goliath, ma anche le tante difficoltà che incontrò nella sua vita. Nei nostri scontri quotidiani con grandi e piccole preoccupazioni, l'esercizio della fede è determinante per ottenere la vittoria. Se imiteremo Davide, con lui potremo affermare: "Il Signore è il mio pastore: nulla mi manca. Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme. Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome. Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me... Certo beni e benignità m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni" (Salmo 23).

 

"Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiera e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù"
(Filippesi 4:6-7)


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